Sziasztok, olasz vagyok Ciao, io sono Italiana

Jól (bene).

Da cosa potrei cominiciare?

Sono in Ungheria, a Békéscsaba, e sono successe così tante cose che credo non riuscirò a dirle tutte.

Di sensazioni ce ne sono state tante, ma la meraviglia vince su tutte.

Meraviglia per i bungalow fantastici in cui hai dormito durante il campo a Budapest, meraviglia perché hai suonato davanti ad una sala piena di famiglie e volontari un flauto strano che avevi preso in mano per la prima volta solo la sera prima. Meraviglia perché anche se non avete parlato molto, la ragazza thailandese con cui hai diviso la stanza ti ha regalato un portachiavi alla fine del campo. Meraviglia perché il cibo ungherese è molto meglio di quello che ti aspettavi. Meraviglia per tua nonna che ogni volta che le dici “köszönöm” (grazie) è felice per mezz’ora e anche per tuo fratello che dopo quattro giorni di convivenza ti caccia dalla sua stanza come se ti conoscesse da una vita.

Sì, per ora mi sono ambientata, nel paese dalle parole lunghissime. “Magyarországban” (Ungheria): dove le strade cittadine hanno la doppia corsia, dove con 40° all’ombra si continua a mangiare imperterriti zuppa e purè di patate, dove tra una città e un’altra ci sono distese enormi di verde, dove le salumerie hanno tantissimi tipi diversi di salame, e neanche un prosciutto, dove un giorno fa freddissimo e quello dopo caldissimo.

E poi sei sempre contenta, e ti ritrovi a ballare le danze ungheresi con un ragazzo giapponese, o forse era thailandese? ,però poi si cambia e questo qui ti pare di averlo visto tra i volontari, e si cambia di nuovo e su questo qui non hai dubbi, è Davide, il torinese con cui stai ridendo e scherzando da tre giorni, quello che ha avuto il coraggio di bere due caffè, se così vogliamo chiamarli, di quelli che ti servono in aereo. E quando poi è ora di andare a dormire e il tuo bungalow è tra gli ultimi, allora puoi salutare tutti i ragazzi e i volontari che ci sono, e puoi anche permetterti di improvvisarti ungherese e cercare di dire “jó éjszakát” (buonanotte) tanto anche se non lo dirai bene, e sicuramente NON lo dirai bene, loro ti capiranno lo stesso.

E forse non sei contenta, solo quando quel simpaticone del preside della tua scuola ti dice ridendo che matematica la devi fare e basta, tanto non la capisci in italiano, figurati in ungherese. Però, dato che non puoi restare scontenta per più di cinque minuti ti dice che di pomeriggio ci sono dei corsi d’arte e che tu puoi farne quanti ne vuoi, e poi ti fa vedere le meraviglie che sono capaci di fare i suoi studenti con quattro colori ed un foglio di carta, e allora dovresti pensare che farai pena rispetto a loro, ma questo pensiero non ti sfiora neanche minimamente.

Perché sei sempre contenta, e non perché qui le cose siano diverse dall’Italia, migliori, ma perché qui riesci a meravigliarti di nuovo di cose semplici. Dei “mmm” che usi per comunicare con chi non capisce l’inglese, oppure degli “egészségedre” (salute) che riesci a pronunciare bene, di quando vai a fare la spesa con tua mamma o di quando tuo padre, appena tornato dall’ufficio sale su per salutarti.

Insomma, questa vita è fantastica, non perché la stia vivendo in Ungheria (il posto non c’entra, anche se è bellissimo), piuttosto il modo in cui lo sto vivendo, perché come dice Marcel Proust:“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuovi orizzonti ma nell’avere nuovi occhi”

Martina

Primo giorno di scuola

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